Nota Bene:Villa S.Antonio pr. di OR, un altro meraviglioso angolo della Sardegna, situato nell'alta Marmilla a 265 m. sul livello del mare. Il territorio è prevalentemente collinare e ricco di sorgenti. Fra le testimonianze archeologiche, oltre ai nuraghi e i menhir, meritanto particolare attenzione le necropoli a Domus de Janas situate nelle località "is Forrus" e "Genna Salixi".
A proposito di "semplicità poetica" vi propongo questi appunti personali presi ieri al Salone internazionale del libro.
Scrivere poesie. Incontro con le poetesse e scrittrici Lamarque e Mastrocola. Musica di Giorgio Conte. Coordinamento di Roberto Tesio
Incontro molto semplice e, proprio per questo, interessante e alla portata anche dei più giovani. Sono intervenute in un'ora che è volata via troppo velocemente, Paola Mastrocola e Vivian Lamarque. La domanda era una: come si scrive poesia? Da cosa viene l'idea che si trasforma in versi? Paola Mastrocola dice che la prima cosa è stare a GUARDARE le cose che ci circondano. Le cose del quotidiano. Anche Giacomo Leopardi guarda la via e allora parla della donzelletta...della vecchiarella...e poi gli oggetti del quotidiano. Sono soprattutto gli OGGETTI sui quali cade l'occhio del poeta. La vita quotidiana fatta di persone e di cose. Poi l'artista rispetto a questo fa uno SCARTO. E così diventa poesia la pura osservazione. E questo avviene usando la PAROLA, anche semplice, anche banale. Più volte Mastrocola dice che i poeti usano le stesse parole che utilizzano andando dal panettiere. Cosa le rende poesia? Lo “scarto” poetico. Alla parola banale devi entrare dentro e la devi fare diventare importante. Anche Mallarmè diceva di far tornare alla parola la forza delle origini. E poi, la poesia è anche MIRACOLO. Lo sa chi fa poesia. E Vivian Lamarque riprende il concetto di poesia come immediatezza, chiarezza, misura e candore con però lo “scarto”, cioè quel qualcosa che fa diventare poesia anche la semplicità. Un ragazzo le chiese una volta: ma che poesie sono le sue, si capisce tutto. Infatti, nella poesia di Lamarque non c'è bisogno di parafrasi, si capiscono subito (almeno così sembra ad un primo impatto). Calvino la chiamava la difficile facilità. Non è facile scrivere semplice la complessità del pensiero. La cosa più difficile è ottenere quelle parole, di persone e oggetti, in maniera semplice. Facciamo un esempio: la parola LUNA. Quanto è stata usata! Eppure la si può ancora utilizzare per fare poesia. Legge “Funeral blues” di W.H. Auden. Sentite come si fa poesia sulla tanto utilizzata parola Luna:
Fermate gli orologi, il telefono sia rimosso, Tenete buono il cane con un succulento osso, Fate tacere i pianoforti e con un rullio smorzato Esponete la bara, ricevete chi è addolorato Fate che gli aerei volteggino alti con sconforto scrivendo nel cielo il messaggio: Lui è Morto, Adornate di crespo il collo dei piccioni metropolitani, Fate indossare guanti neri ai vigili urbani. Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Oriente e il mio Occidente, La mia settimana di lavoro e la mia domenica a far niente, Il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, il mio discorso, il mio canto, Credevo che l'amore fosse eterno: mi sbagliavo tanto. Non servono più le stelle: spegnetele una a una; Smantellate il sole e imballate la luna; Svuotate l'oceano, sradicate le piante. Perchè ormai più nulla sarà importante.
SMANTELLATE IL SOLE E IMBALLATE LA LUNA
E poi legge due sue poesie “Invidia per la luna” e “La signora dei baci”, perchè anche l'amore continua da sempre a diventare poesia. E finisce con “Primo amore”. Che dire? L'elogio della semplicità dei sentimenti e delle parole che li esprimono.
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Nevathrad
Utente Maestro
Inserito il - 19/05/2010 : 11:05:37
Pia ha scritto:
Chissà dov'è Mansardo. Chissà.
Da quello che diceva ultimamente, immerso nei bellissimi arabeschi, leggeri o a volte complicati, della sua penna... speriamo nella velocità della sua musa ispiratrice per riaverlo qui presto...
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maurizio feo
Salottino
Utente Master
Inserito il - 19/05/2010 : 18:50:09
Mi rifaccio alla domanda iniziale: "Cos'è la magia?". Pro narai unu contu, naturalmente... La cena della fata. Thia Lukia guardò fuori dalla finestrella della cucina, quella che dava sulla lolla, l’ampio e sicuro cortile interno delle case campidanesi e capì subito di avere bisogno d’aiuto. I bambini stavano scatenandosi, correndo tra le giare e le aiuole, in giochi davvero troppo rumorosi, mentre proprio tutti in casa avevano invece assoluto bisogno di silenzio. Lei non poteva certo zittirli facendo più chiasso ancora di loro. Thiu Bore, da parte sua, aveva proprio bisogno di riposarsi almeno un poco, dopo le pesanti fatiche del lavoro giornaliero. Frantziscu – il figlio maschio – doveva lavorare alla sua benedetta tesi di laurea, perché ormai non mancava più molto alla discussione. Bonaria stava dando ripetizioni d’Inglese ad una studentessa ripetente delle medie, che non perdeva mai occasione per distrarsi: e Dio sa quanto avesse Bonaria bisogno di quei quattro spiccioli… Lei stessa – Lukia – non poteva dedicarsi alla cucina per stare dietro a loro, che presto avrebbero cominciato a strillare, tirarsi i capelli, litigare, magari farsi male…
E la cena quella sera, era davvero importante: venivano per la prima volta i genitori del fidanzato di Bonaria e Lukia aveva assolutamente in animo di fare una bella figura, con loro…
Tia Lukia ebbe un’idea improvvisa: andò a cercare babai Iuanne. Lo trovò seduto sulla muredda di fronte alla casa: se ne stava beato sotto al glicine che lo incoronava di una prima fioritura e gli dava un filo d’ombra fresca, mentre cercava con pazienza cocciuta di accendere la sua pipa rustica, fatta da sé – come sempre – con una canna di fiume ed un torsolo di granturco. Un generoso pizzico di tabacco s’ostinava a resistere ad oltranza alla fiamma: e lui gli parlava, sommessamente, un po’ per minacciarlo, un po’ per convincerlo con le buone, come aveva fatto tanti anni prima con l’asino che non gli ubbidiva o con gl’innesti che tardavano a “prendere”.
“Oh babai, po praxeri – lo sollecitò Lukia – pigaisia is pippios in sa lolla e naraineddi una istoria, che stiano tranquilli almeno per un poco!”. “Eia, Jai si da naru una istoria.” Disse subito babai Iuanne, facendo volentieri sua la proposta: la pipa poteva anche attendere. E si alzò scricchiolando nelle ginocchia per entrare nella lolla e radunare intorno a sé i nipoti, che stravedevano per lui.
Babai Iuanne era ancora alto ed imponente ed aveva capelli e barba bianchissimi: sembrava quasi un ritratto di Garibaldi. A chi glielo ricordava rispondeva sempre, scherzando, ma non troppo: “Io sono molto più alto, però!”. Si sistemò con cura sotto l’arco rampante della scala che portava al piano di sopra e li fece sedere di fronte a sé in ordine d’altezza sul bordo della fontana, dimostrando – con queste sue precise disposizioni quasi militari – che qualche cosa d’importante stava per succedere.
“C’è qualche cosa che vi devo dire, perché ormai io sono vecchio e non me la posso più tenere per me” – cominciò subito il nonno, entrando nel cuore del discorso senza menare il can per l’aia, con un’aria seria e un po’ corrucciata – “quando avevo più o meno la vostra età, il mio bisnonno lo raccontò a me e dispose che avrei dovuto tramandarlo a mia volta, quando fosse stato il momento”. Con un inizio di questo tipo, aveva già conquistato l’uditorio.
Non volava più una mosca: Cosimo, Dolores e Michele stavano muti, gli occhioni neri spalancati grandi, in attesa del grande segreto, diritti come birilli. Persino Gesuina, che era già un poco più grande e più smaliziata degli altri si quietò e iniziò a prestare la massima attenzione. E così, babbai Iuanne iniziò a parlare, con una voce profonda che si sentiva appena, proprio come se stesse rivelando cose e fatti segreti, che pochi devono udire e conoscere.
“Sapete, oramai è molto difficile incontrarle, perché esse vivono nei boschi e nei luoghi più solitari, nei posti selvaggi, spesso all’ombra di alberi maestosi e vecchissimi, oppure presso alcune fonti antiche... Ma esistono, perbacco, eccome se esistono! E bisogna sapere come comportarsi se per caso un giorno le si incontra…”. Ci fu un coro di “ma chi?” e “Chi sono esse, nonno? ” di protesta, perché non si poteva proprio cominciare così, omettendo la parte più importante. Ma il nonno fece soltanto: “Shh!”, stese le mani avanti e tanto bastò per riportare l’ordine. Si guardò intorno con circospezione e poi riprese, a voce volutamente ancora più bassa, tanto che i bimbi si sporsero in avanti per udire meglio: “Non posso dirvi il nome ad alta voce, perché è proibito! Anche voi, quando saprete chi sono, non dovrete mai pronunciare il loro nome con voce normale, per nessun motivo. Promettetemelo, ora!”.
I bimbi promisero, sottovoce, entusiasti ed un po’ intimoriti: che cosa mai aveva in mente babai Iuanne? Allora babai Iuanne incominciò a raccontare che, anticamente, esistevano in Sardegna alcune creature che erano state, da sempre, creature magiche degli alberi, degli animali e della vita. Ce ne sono sempre state anche nel resto del Mondo, ma quelle sarde erano un poco particolari, un po’ diverse da tutte le altre… Qui bisognava però un po’ spiegare la situazione, prima. “Nel resto del mondo abitavano – ed erano stati visti in Francia, in Bretagna, in Irlanda ed in Scozia, in Germania, in Yugoslavia ed in Svezia – i folletti, gli gnomi, i coboldi, i korrigan, i leprechauns, i poulpikan, i gobelin, i sotret, i soleve, i drac, i niss, gli skogara, gli alben ed i lechy che poi erano tutte – nelle varie lingue differenti – creature timide della terra e sotto terra vivevano, quasi per tutto il tempo, evitando il genere umano. S’interessavano alle miniere del sottosuolo, ai metalli (spesso, l’oro e l’argento), erano abili fonditori ed ottimi fabbri ed odiavano decisamente il mare. Ecco perché in Sardegna, praticamente, non ne esistevano: ne erano stati segnalati, si e no, uno o due al massimo, giunti per caso o per errore con qualche nave: ed erano rimasti per giunta quasi tutti in Gallura e parlavano in gallurese”. Questo sembrò abbastanza normale a tutti, anche se Gesuina arricciò il naso, forse preparandosi a fare una domanda, che non ebbe il coraggio di esprimere in parole. Il Nonno riprese, allora: “Erano abitualmente esseri un po’ dispettosi – non veramente malvagi – e spesso si divertivano a fare agli uomini scherzi che talvolta erano forse un po’ troppo birichini. Il loro bersaglio preferito erano quegli uomini che non sapevano trattare con loro, o che non ne avevano rispetto e non credevano nella loro esistenza.
In Sardegna le cose erano differenti. Quelle creature speciali, che vivevano in Sardegna, erano, quasi tutte, esclusivamente donne. Gesuina stava perdendo l’interesse: babai Iuanne ritenne giunto il momento di inserire qualche cosa di più credibile apposta per lei: “Discendevano tutte da tre antenate antichissime, creature lunari che erano vissute lontano in oriente (e che forse ci sono ancora), di cui la Storia ci ha tramandato persino i nomi: si chiamavano Cloto, Lachesi ed Atropo. Si trattava di tre filatrici: la prima formava il filo di stoffa, usando abilmente il fuso, con un atto di vera creazione. La seconda lo misurava con una bacchetta di legno dritta e senza nodi, destinandone a ciascun uomo la giusta porzione. La terza infine, lo tagliava, ponendo fine alla vita. In Latino, che è una lingua antica che si parlava a Roma, si chiamavano “tria fata”: noi oggi diremmo “ le tre fate”, ma “fata” era in realtà il plurale di “fatum”, che significava “destino”… ecco perché, in altre lingue esse sono diventate “fadas”, “fayette”, “fate”, “banshees” ma tutte avevano a che fare con il destino... Voi mi capite, vero?”.
I bimbi annuirono obbedienti, ma questo gli era davvero poco chiaro, anche se intuivano che non era per niente necessario al racconto. Il nonno, allora, proseguì. “In Sardegna erano giunte le discendenti specialmente della prima, Cloto: infatti le Janas – e nel pronunciare questo nome segreto, la voce di babai Iuanne divenne un soffio – erano tutte abilissime filatrici della lana, del lino e del bisso… I loro lavori erano bellissimi e preziosi, fatti di fili sottilissimi e perfetti e splendevano meravigliosamente alla luce della luna. Amavano immensamente il bianco, ma lavoravano anche negli altri colori… Ma non si può escludere che fossero arrivate in Sardegna anche le discendenti delle altre due”.
I ragazzi quasi trattenevano il fiato, ormai, scrutando tra le rughe di quel viso anziano il brillare divertito di due occhi bambini e maliziosi, mentre la voce profonda accarezzava le parole, scelte con cura, per trarne una delicata melodia magica. “Sono donne bellissime, anche: quello che è giusto va detto. Possiedono una pelle che mostra quasi un sua luminosità, sembra quasi la luce che filtra attraverso una lanterna di corno”. I quattro visetti si rivolsero tutti insieme alla vecchia lanterna di corno che faceva bella mostra di sé, in una nicchia del muro, reliquia dei tempi passati, privi di elettricità. “Sono creature gentili, sapete: per esempio, amano ballare insieme in cerchio, un po’ come facciamo noi durante la novena di San Lussorio e durante le altre feste. L’unica differenza è che loro lo fanno nei campi, sull’erba, in genere nelle notti di luna piena. E dove hanno ballato restano i “cerchi delle fate”: avete presente quei cerchi di funghi che s’incontrano ogni tanto? Ecco: proprio quelli! Quando ne vedete uno, state certi che le fate hanno ballato proprio lì, non più di qualche giorno prima. Una volta andavano molto d’accordo con gli esseri umani ed avevano rapporti di buon vicinato con loro: rendevano qualche servizio, si scambiavano favori”… “…di che tipo, nonno?” – chiese Dolores. “Mah, ad esempio facevano ritrovare qualche oggetto smarrito, oppure aiutavano con la loro conoscenza delle piante medicinali, oppure regalavano parte del corredo ad una sposa di famiglia povera”.
Dolores fu molto contenta di avere avuto una risposta tutta per sé. Ed il nonno riprese: “Oggi, contrariamente a quello che facevano anticamente, tendono ad essere molto piccole, in modo da potersi nascondere più facilmente dietro una foglia, oppure un sasso: sono così brave che molti pensano che possano rendersi invisibili. Sappiate che non è così: sono veloci, si muovono silenziose e schive, ma non sono invisibili. Permalose, quello sì: ma nessuno è perfetto, in fondo. Se si dice solo la verità, su di loro, non si offendono affatto, perché esse amano la verità e detestano le bugie, gli insulti e le offese, che le fanno infuriare e diventare pericolosamente dispettose e vendicative.
Qui in Sardegna molti pensano che le domus de Janas siano le loro case, ma non date ascolto a queste dicerie stupide: le domus sono tombe antiche, persino più vecchie dei nuraghi, ormai aperte e spogliate del loro contenuto e non sono affatto adatte perché la gente ci viva dentro, per quanto piccola sia. Anzi, questo tipo di bugia è proprio quello che più fa arrabbiare le Janas”… “Dove vivono, allora, nonno: si sa?” – fu la domanda di Gesuina.
“ Ah, sì: esse vivono nei dolmen abbandonati, in qualche nuraghe lontano e difficile da raggiungere, in genere nei boschi più fitti e più selvaggi, spesso non lontano da una fonte. Hanno specialmente a cuore certe piante antiche e maestose, più spesso alberi enormi e vecchissimi e li proteggono con cura e passione. Mai danneggiare una pianta senza motivo – quindi – potrebbero essere guai seri!”. Michele si agitò un po’ nervosamente, al pensiero di quanti rametti spezzava e quanti danni faceva ogni volta che andava in campagna. Il nonno lo tranquillizzò sorridendo e riprese: “Anche quando noi non le vediamo, spesso loro sono intorno a noi… Per vederle, bisogna saper guardare. Se loro vedono che uno si gira con gli occhi nella loro direzione, restano nascoste. Quindi si può ricorrere ad un trucco: talvolta basta anche solo una pozza d’acqua, oppure un semplice specchio, così si può guardarle mentre loro scappano via alle tue spalle, credendo di non essere viste, perché sei apparentemente rivolto da un’altra parte. Se si chiede loro aiuto – con la giusta educazione – esse di solito accorrono volentieri: quindi, vedete, non se ne deve avere paura, se non si fa del male. E soprattutto non si devono raccontare tutte quelle false cattiverie, secondo cui rapirebbero i bambini, o farebbero altre cose brutte, che in realtà sono molto più adatte alle streghe che a loro.
Anticamente le chiamavano “buone signore”, oppure “dame bianche”, per via della loro buona disposizione e del colore preferito del loro vestiario. C’è chi dice che siano giunte in Sardegna volando, sotto forma di uccelli bianchi. Ma io non saprei dire neanche se sappiano volare: non ci è dato conoscere proprio tutto su di loro. Certo, quando vedo volare degli uccelli bianchi o delle farfalle bianche, non posso fare a meno di pensare che – chissà – forse si tratta di loro. In realtà, esse sono sicuramente abili guaritrici, conoscono tutte le piante medicinali e sanno anche fare alcune previsioni per il futuro, anche se di questo non so dirvi molto, perché si tratta di uno dei loro segreti meglio custoditi.
Si sa per certo, però, che alcuni Imperatori romani si rivolgevano a loro per avere previsioni e consigli: vi dico i loro nomi, perché presto li studierete anche a scuola, sono Alessandro Severo – di cui seppero predire la morte – ed Aureliano. Ma non dovete raccontare alla maestra quello che sapete su di loro, perché questi pettegolezzi alle Janas non piacciono e le cose che vi sto raccontando sono riservate e segrete. Se terrete il segreto, esse vi saranno sempre amiche, che ne abbiate bisogno, oppure no: chissà?
E, forse, riuscirete ad apprendere anche quelle cose che io non so ancora.
Ma dovete sapere che, se sono attaccate, oppure in pericolo, o sono state maltrattate, possono anche essere molto pericolose: allora giungono ad usare vere e proprie maledizioni, che possono anche essere terribili. È questo comportamento che gli è valsa la cattiva fama presso gli uomini, che in genere ne hanno sempre avuto un po’ paura”. “Perché hanno paura nonno?” – chiese Cosimo, che era il più piccolo ed aveva ascoltato tutto in timoroso e religioso silenzio fino ad allora. Il nonno gli sorrise e disse che un motivo vero non c’era, perché le Janas sono profondamente buone: “Forse è per via dei loro occhi profondi e penetranti, che ti guardano dentro e che sembrano attraversarti, appuntiti come due pietre di sale. Quando hai incrociato lo sguardo di una Jana, non lo scordi più per tutta la vita. Oppure, potrebbe anche essere per via del loro comportamento altero, da vere sacerdotesse di un culto antico e segreto. E poi, anche perché alcune loro vendette, per quanto poche, sono state ricordate molto di più dei loro innumerevoli favori… Di fatto, oggi, esse sono molto meno numerose di un tempo: hanno cominciato a diminuire nell’ottocento, mi diceva mio nonno”. “Come mai?” – chiese ancora Gesuina, che naturalmente era la più scettica del gruppo. “Un po’ anche perché i posti isolati, lontano da tutti, sono in continua diminuzione, anche qui in Sardegna: si fanno strade, case, acquedotti e linee elettriche e loro non sanno più dove ritirarsi; un po’ perché su di loro si sono dette tante cose brutte e false, perciò si sono allontanate ancora di più e si mostrano sempre più malvolentieri. Il risultato è che molta gente oggi non crede più in loro: magari poi, preferisce credere agli extraterrestri, oppure a leggende stupide come Atlantide, oppure al viaggio nel tempo dei film di fantascienza. Tutte cose molto più false ed inventate delle Janas, che sono semplici e naturali come le piante e gli animali, come l’acqua dei ruscelli e l’azzurro del cielo”…
Tia Lukia proprio allora si affacciò nella lolla ed annunciò al gruppetto che era ormai ora di andare a lavarsi e vestirsi, perché gli ospiti stavano ormai per arrivare ed era quasi ora di cena. Mentre la truppa di ragazzini si scuoteva dal sogno e s’incamminava verso le stanze, Lukia scambiò uno sguardo d’intesa e di ringraziamento con babai Iuanne: “Ma che cosa gli hai raccontato? C’è stato un silenzio di tomba per tutto il pomeriggio. Come hai fatto?”. “Segreto!” – sorrise il nonno con un’aria furba e clandestina.
Gesuina, passando tra loro per entrare in casa, gli indirizzò un’ultima domanda, decisiva: “Nonno: ma tu, ne hai veramente mai vista una?”. Tia Lukia un po’ ascoltava quel dialogo senza comprenderlo ed un po’ si compiaceva con se stessa per l’esito di quella sua giornata di lavoro. Tutto era andato a buon fine: Bonaria aveva fatto una buona lezione e si era guadagnata qualcosa; Thiu Bore si era risvegliato fresco come una rosa, dopo un ottimo riposo; Frantziscu era raggiante, perché aveva finalmente terminato la sua tesi e gli mancava solo di presentarla; la tavola imbandita era splendida, bella da fare sfigurare quella di un re e pronta ad accogliere tutte le squisitezze che lei aveva pazientemente preparato per la cena. Su succu busachesu, sa chorda, le costiglie, il vino di sa Tanca Rubra, il casu marthu illegale che non si poteva più fare ma piaceva sempre a tutti, le pardulas e le verdure e la frutta di s’Ortu Mannu; ed infine il mirto di Thia Lukia e s’abbardente di nonno Iuanne. C’era tutto. Era un po’ stanca Thia Lukia, ma certamente soddisfatta della sua giornata: guardava nel vuoto con le braccia posate sui fianchi, il capo un po’ inclinato ed un sorrisetto ineffabile dipinto sulle labbra. Aveva ancora indosso il suo grembiale bianco, che sembrava splendere alla luce rosa del tramonto, mentre una ciocca di capelli corvini, sfuggita da una forcina, le incorniciava il volto sulla sinistra, disegnandovi un’ombra maliziosa. Non si accorgeva della propria immagine riflessa nello specchio grande, che appariva illuminato dall’ultimo raggio di sole e le dava un’aria un poco sbiadita ed irreale, come se Thia Lukia fosse una visione non terrena.
Lo sguardo di babai Iuanne si posò per un attimo proprio su quella visione casalinga e delicata: gli occhi divennero due fessure, ma egualmente dolci e più lucidi – mentre rispondeva, sorridendo sereno alla nipote: “Sì che l’ho vista una Jana e spesso, anche: ed un giorno, stai tranquilla che la riconoscerai anche tu, picciocchedda, perché protegge questa casa e ti è molto più vicina di quanto tu non creda”.
E mentre gli sguardi interrogativi di figlia e nipote lo seguivano muti, tornò a sedersi tutto solo sulla muredda, parlottando indaffarato con la sua pipa di mais e di canna, aspettando quieto che gli ospiti sbucassero, prima o poi, da dietro l’angolo della strada.
Modificato da - maurizio feo in data 19/05/2010 18:57:38
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Inserito il - 20/05/2010 : 21:36:36
Una dolce e rilassante serata a tutti voi...
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Mi rifaccio alla domanda iniziale: "Cos'è la magia?". Pro narai unu contu, naturalmente... La cena della fata. ... “Sono creature gentili, sapete: per esempio, amano ballare insieme in cerchio, un po’ come facciamo noi durante la novena di San Lussorio e durante le altre feste. L’unica differenza è che loro lo fanno nei campi, sull’erba, in genere nelle notti di luna piena. E dove hanno ballato restano i “cerchi delle fate”: avete presente quei cerchi di funghi che s’incontrano ogni tanto? Ecco: proprio quelli! Quando ne vedete uno, state certi che le fate hanno ballato proprio lì, non più di qualche giorno prima. ...
Bellissima storia, maurizio. Diverse volte, girando per boschi in cerca di funghi, ho trovato "i cerchi delle fate".
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Da quello che diceva ultimamente, immerso nei bellissimi arabeschi, leggeri o a volte complicati, della sua penna... speriamo nella velocità della sua musa ispiratrice per riaverlo qui presto...
Eccomi qua. Periodo intenso, sia per il lavoro che per i passatempi.
Ho anche scritto, ma l'attualità ha avuto il sopravvento. Dovevo assolutamente aiutare degli amici che erano impegnati nella correzione delle bozze di un libro, in uscita in questi giorni, nel quale compare anche un mio racconto breve.
Mi sono inoltre imbarcato nel recupero di una rarissima intervista radiofonica di Federico Fellini risalente al 1990. Trenta minuti di registrazione che sto trasformando in tre filmati.
Ecco perchè in questo periodo ho poco tempo. Ma so benissimo che Suite è in mani sicure. Basta affacciarsi un attimo e vedere ciò che postate voi. Talvolta è bello concedersi anche il piccolo privilegio di essere semplice spettatore non pagante...
Buon week end a tutti.
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Nevathrad
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Inserito il - 22/05/2010 : 12:06:50
Mansardo ha scritto: Eccomi qua. Periodo intenso, sia per il lavoro che per i passatempi.
Buon week end a tutti.
Bentornato! Attività vulcaniche, complimenti!!! Buon we anche a te e a tutti quelli che passeranno di qui...
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Mansardo: non vedo l'ora di leggere il tuo racconto....
Maurizio: lo sai...adoro il racconto fantastico. Lo scrittore fa veramente magia giocando con la magia!
Tizi: stasera ceno con Te, cosa volere di più? Sei riuscita a fare un piccolo incontro paradisolano qui a Torino. So che hai scarpinato tutto il giorno, poi ci racconterai vero?
Nevathard: già il tuo nome è magia...Mi sarebbe piaciuto mettermi a tavola oggi avendoti al mio fianco. Possibilmente insieme a tutti gli altri amici che girano qui in Suite. E chissà che oggi non ne incontri qualcuno a cena..... ...chissà...anche questa è magia....
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maurizio feo
Salottino
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Inserito il - 24/05/2010 : 12:19:47
@ Pia: abbiamo fatto un girotondo tutti insieme (con i Leprechauns irlandesi, che sono lontani cugini di quelli islandesi, ma sono molto meno pelosi e più colloquiali) presso l'Eyjafjallajokull e - a quanto pare - gli è piaciuto: ha smesso di eruttare. E così, ora, si vola!
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Nevathrad
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Inserito il - 24/05/2010 : 13:24:02
Pia ha scritto: Nevathard: già il tuo nome è magia...Mi sarebbe piaciuto mettermi a tavola oggi avendoti al mio fianco.
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