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Nota Bene: I PIRICCHITTOS di Ittiri ( Sassari ) si differenziano da tutti gli altri dolci omonimi della Sardegna anche per la loro forma "ad osso di morto".
Sono costituiti da una friabilissima pasta di farine scelte e ben miscelate e sono ricoperti da una rete di glassa candida ( sa cappa).
Anticamente erano il dolce tipico della ricorrenza dei defunti ed, in particolare, venivano offerti, assieme a melagrane e frutta secca, nella questua " a su mortu " che i bambini effettuavano per uso antico bussando alle case di parenti, amici e vicini.



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Nevathrad

Utente Maestro




Inserito il - 18/02/2010 : 20:18:00  Link diretto a questa risposta  Rispondi Quotando
Bentornata!!!
Forte, un misto di occhioni azzurri trasognati e di tenera goffaggine contro occhi spiritati e “pesti”, giocattolini da “Profondo rosso”! Un mix di horror e fiaba incredibile… bellissimo quando si guarda la scena attraverso gli occhi della bambola… e l’atmosfera da “Piccola bottega degli orrori” e quando si dà un senso a tutte le firme sulla vetrina…






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 Regione Sardegna  ~  Messaggi: 5815  ~  Membro dal: 13/10/2008  ~  Ultima visita: 05/04/2011 Torna all'inizio della Pagina

Nevathrad

Utente Maestro




Inserito il - 19/02/2010 : 10:22:14  Link diretto a questa risposta  Rispondi Quotando

Un buon fine settimana a tutti e una delle più belle canzoni d'amore che sia stata mai scritta...








  Firma di Nevathrad 

 Regione Sardegna  ~  Messaggi: 5815  ~  Membro dal: 13/10/2008  ~  Ultima visita: 05/04/2011 Torna all'inizio della Pagina

Marialuisa

Utente Master



Inserito il - 20/02/2010 : 08:59:04  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Marialuisa Invia a Marialuisa un Messaggio Privato  Rispondi Quotando

Foto di Ramon Espinosa


Dittature, corporations, sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali ,
l’80 per cento della forza lavoro senza occupazione formale,
circa la metà degli haitiani è analfabeta e il 22 per cento è sieropositivo:
questo è il perenne terremoto di Haiti.
Una vergogna per chi ha in mano le sorti dell’umanità,
una vergogna per le coscienze parlare di tragedia dell’oggi
con la consapevolezza che lo sarà anche domani.
Buon sabato Haiti,
buon sabato Suiters.









  Firma di Marialuisa 

 Regione Sardegna  ~ Città: Cagliari  ~  Messaggi: 2410  ~  Membro dal: 10/11/2007  ~  Ultima visita: 05/09/2016 Torna all'inizio della Pagina

Mansardo
Salottino
Utente Attivo



Inserito il - 22/02/2010 : 21:13:07  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Mansardo Invia a Mansardo un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Marialuisa ha scritto:

Ben ritrovati Suiters,
...
Il video, per me delizioso , ha un che di fantastico e diabolico insieme,
gioca sul filo della fiaba che va a lambire l’ horror,
ma ancor più lancia e/o lascia pesanti interrogativi
sul tema del doppio in coloro che amano frequentarlo.
Un tema che – da sempre – è archetipo letterario
ma anche psicologico.
Un tema che ha affascinato cineasti e artisti,
letterati e musicisti, scienziati e pittori...


Bentornata.
Il tema del doppio è estremamente affascinante e la fantastica fiaba thriller lo rappresenta molto bene.
E' vero, è un tema che ha attraversato i millenni, la storia stessa dell'uomo. Lo ritroviamo in religione, in tutte le arti, in psicologia.
Trascina con sè l'eterno conflitto tra il bene e il male, ha forti connotazioni morali e una buona dose di mistero.
La parte nascosta della mente umana...quella porta che non vorremmo aprire, che talvolta nemmeno pensiamo di avere.
Ne abbiamo parlato altre volte in Suite, non so dove, ma non importa.
Il tema del doppio è sempre attuale. Del resto, l'uomo conosce soltanto in piccola parte il cervello e i suoi meccanismi. E in piccola parte lo utilizza. Almeno consciamente.
Il tema del doppio ha un che di primitivo, di ritorno alle origini, a qualcosa di ancestrale, forse rinnegato.
Eppure ogni anima ha la sua ombra. Ogni anima.
Ma questo, a mio parere, non è detto che sia un connotato negativo. Perchè l'ombra dev'essere identificata con il lato peggiore della personalità?
E' la faccia più nascosta, è vero, ma non è detto che sia peggio di quella visibile. A volte può essere il lato infantile, più puro, meno corrotto, che però fa più fatica ad emergere. Perchè magari non sarebbe compreso.
Altre volte può essere il lato più creativo, meno razionale. E quindi più vulnerabile, più indifeso. Per questo si deve nascondere.

Bello spunto, Marialuisa. Bentornata.







  Firma di Mansardo 
Thomas Kinkade, Stepping Stone Cottage

 Regione Sardegna  ~ Città: Cagliari  ~  Messaggi: 551  ~  Membro dal: 05/06/2008  ~  Ultima visita: 01/05/2016 Torna all'inizio della Pagina

Mansardo
Salottino
Utente Attivo



Inserito il - 24/02/2010 : 07:56:48  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Mansardo Invia a Mansardo un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Nel 1978 la loro tournèe fu un evento che andò oltre ogni immaginazione, non solo per il successo di pubblico, ma perchè era un periodo difficilissimo per il paese e - di riflesso - per la musica dal vivo, presa di mira molto spesso da gruppi di autonomi che pretendevano di assistere ai concerti senza pagare, creando disordini o addirittura contestando pesantemente gli artisti. De Gregori stesso era reduce da un vero e proprio "processo" subìto durante un suo spettacolo interrotto malamente a Milano.
Con Banana Republic musica e pubblico si riconciliarono quasi clamorosamente.

Oggi, "malgrado quel precedente" (come dicono loro), dopo più di 30 anni questi due grandissimi artisti si sono incontrati ancora - quasi casualmente - e hanno deciso di creare nuove emozioni, senza autocelebrazioni e stucchevoli amarcord.
Per il piacere dell'incontro.
Senza sapere esattamente cosa succederà. Work in Progress.
Del resto, 30 anni sono artisticamente una vita e si sono accumulate talmente tante cose da dirsi e da scambiarsi che un concerto non basta.

Bentornati, Lucio e Francesco.








  Firma di Mansardo 
Thomas Kinkade, Stepping Stone Cottage

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Giuseppe Aricò

Utente Medio


Inserito il - 25/02/2010 : 02:45:31  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Giuseppe Aricò Invia a Giuseppe Aricò un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
E' arrivato il tempo dei tramonti, quando il sole se ne va lasciandosi dietro una scia di sangue che stordisce i miei occhi, pochi attimi ed una mano misteriosa assorbe - come per magia - sangue e luce. Dove un attimo prima ogni cosa vibrava di rosso vermiglio, ora è solo un lento e silenzioso degradare di luce, di riflessi, fino a percepire il mistero della morte delle cose. Ma le cose rinascono quando l'alba riporta la luce. Inizia dalla linea dell'orizzonte il primo chiarore - non ancora luce vera ma speranza sicura - che copre il nero e rischiara. Ora è notte, e si veglia in raccoglimento. Tutto è oscuro, nemmeno la luce incerta d'un pezzo di luna riesce a rompere le tenebre. Non ci sono versi capaci di dare conforto e non c'è nemmeno dolore; solo una strana attesa, nella solitudine di chi s'è allontanato. Io ho riposto nel limbo d'un buco nero ciò che m'apparteneva. C'è il mare da qualche parte, forse un giorno cercherò la strada per tornare alle mie origine e lì sarà più semplice l'attesa.





  Firma di Giuseppe Aricò 
Non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà.......

 Regione Piemonte  ~ Prov.: Torino  ~ Città: Scalenghe  ~  Messaggi: 396  ~  Membro dal: 26/08/2008  ~  Ultima visita: 23/05/2019 Torna all'inizio della Pagina

Marialuisa

Utente Master



Inserito il - 25/02/2010 : 18:25:15  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Marialuisa Invia a Marialuisa un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Il suono dell'arte

Il suono entra negli spazi dell'arte e crea, in moltissimi casi, un certo scompiglio.
In queste pagine si trovano registrazioni audio di mostre e di musei, senza particolari montaggi o manipolazioni.
Lo scopo dell'operazione: sollevare domande che possano servire per la maggior comprensione del rapporto tra suono e spazio espositivo.
Sebbene la scienza abbia risolto egregiamente, da tempo, molti dei problemi della trasmissione dei suoni nello spazio, nei musei e nelle gallerie d'arte vige ancora una certa disattenzione, una trascuratezza quasi preoccupante a riguardo.
Molti teorici di diverse discipline affermano che stiamo muovendo da una società in cui la vista è il senso predominante a una società aurale, o forse tattile, o forse multisensoriale, a seconda di chi parla.
Il suono nell'arte, dicono, sarebbe quindi dirompente perchè è in grado di scardinare il solito orientamento visivo, verticale, oggettuale, atemporale.

Eppure anche la società occidentale ha sempre avuto molti luoghi dedicati al suono e alla fruizione di opere d'arte multimediali... primi tra tutti i teatri. Dove il rapporto tra suono e immagine è risolto in modo molto efficace.
Dunque, non sarà semplicemente un problema di contesto inadatto? Quali sono le condizioni in cui possiamo dire che un'opera d'arte visiva abbia veramente bisogno di essere accompagnata da suoni?
In queste pagine ogni registrazione suggerisce domande, a volte di natura prettamente tecnica, a volte di ordine teorico.

Un progetto Steve Piccolo e Undo.net

Sound Surroundings
Cagliari - Cripta del Santo Sepolcro, Cripta di S. Restituta. 13-14 novembre 2009
L'arte 'criptica' teorizzata da Mario Perniola messa in pratica nel modo più letterale possibile, all'interno proprio di due cripte, (quelle di Santa Restituta e del Santo Sepolcro), sotto la città di Cagliari. Ma la cripticità va oltre la scelta della sede di questa mostra collettiva curata da Mauro Cossu.
Molte tra le opere esposte hanno una componente sonora. La penombra ipogea e le proprietà acustiche disorientanti di questi spazi cavernosi e labirintici si prestano molto bene a dimostrare le potenzialità dell'ascolto 'acusmatico', soprattutto in presenza di una precisa regia curatoriale.
La ripida scala d'ingresso amplifica i passi degli intrepidi visitatori. Per prima cosa incontrano un microfono aperto, messo lì da Gak Sato, che capta passi e parole per semplicemente riproporli qualche secondo dopo, emessi da casse posizionate in una cavità sotto la scala. Molti approfittano dell'occasione per giocare, aggiungendo nuove voci ai suoni che risalgono dalla cripta.
In certi momenti, in determinati punti nello spazio, suoni provenienti da opere diverse (Steve Piccolo, Mauro Cossu, Marc Kalinka) si sovrappongono, ma senza mai annullarsi a vicenda.
Nella registrazione ascoltiamo per forza in modo ravvicinato, ma dentro lo spazio la sensazione era quasi di silenzio… ogni installazione era molto discreta.




Se interessa potete consultare il sito undo.net ove ho scovato queste nuove e ascoltare altre musiche in altri luoghi d'arte.
Poi , magari , potremmo scambiarci le impressioni .
Io sono rimasta positivamente colpita, mi ha fatto riflettere.
Ps : Giuseppe A. mi ha fatto un gran piacere trovarla in questo nostro angoletto, benvenuto in Suite .
Ps2: Mansardo, possiamo sperare in un concerto estivo - qui da noi - dei nostri D&DG?






Modificato da - Marialuisa in data 25/02/2010 18:34:17

  Firma di Marialuisa 

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Pia
Salottino
Utente Mentor




Inserito il - 25/02/2010 : 19:56:27  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Pia Invia a Pia un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Bello sentire una voce nuova Giuseppe Aricò. Benvenuto!

Io oggi ho vissuto da un'altra angolazione il miracolo sole.
Alle 7,30 l'ho visto spuntare dalla collina di Torino come un enorme cerchio rosso. Io ero sul pullmann e avevo come prospettiva il lunghissimo Corso Regina che si chiude lontano sulle basse alture che delimitano ad est la città.
Quella palla infuocava di rosso il rilievo rendendo la visione sovranaturale in un cielo già carico di smog.
Al di là di quella collina, lontano, il mare vedeva un'alba sfavillante...


"....che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude..".







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Pedra Longa

Baunei (Ogliastra)

..un altro meraviglioso angolo di Sardegna


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Amon
Salottino
Utente Medio



Inserito il - 25/02/2010 : 21:02:50  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Amon Invia a Amon un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
A volte perchè capita, altre perchè si è "diversi" dall' omologazione di questa società, o solo perchè si diventa vecchi, ma anche per scelta di vita: Elogio della solitudine. Dalla voce del grande Fabrizio De Andrè.








Modificato da - Amon in data 25/02/2010 21:03:39

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Su Nuraxi

Barumini (Ca)

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Giuseppe Aricò

Utente Medio


Inserito il - 26/02/2010 : 10:19:52  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Giuseppe Aricò Invia a Giuseppe Aricò un Messaggio Privato  Rispondi Quotando

Caro Amon, bellissimo e assolutamente pertinente,il video di Fabrizio.
Quella di cui parla è proprio la solitudine alla quale mi riferivo...
Ma è un discorso lungo e molto complesso, ha un nesso molto stretto con la Poesia.
Il video è comunque da vedere con molta attenzione, vi si trovano molte risposte a ciò che capita in questi giorni....
(Il pezzo che riguarda Sacca/Berlusconi è delizioso!)
Un caro saluto.






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Giuseppe Aricò

Utente Medio


Inserito il - 26/02/2010 : 10:27:36  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Giuseppe Aricò Invia a Giuseppe Aricò un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Cara Pia, mi sembra di vederTi sopra uno degli scomodi autobus della GTT che percorre Corso Regina! Io invece percorro giornalmente l'altrettanto lungo corso Unione che finisce con la superba immagine della casa di caccia di Stupinigi. Mi sembra di ricordare che m'ha parlato di Te il mio amico Antonio Masia di Ittiri. Può essere?
A parte questo, niente ci vieta di andare a prendere un ottimo aperitivo al Bar dell'università (Via Madama angolo Corso Marconi). Se e quando ne avrai voglia, devi solo dirmelo, per me sarà un piacere !
Un caro saluto da Giuseppe






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Pia
Salottino
Utente Mentor




Inserito il - 26/02/2010 : 15:17:50  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Pia Invia a Pia un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Giuseppe Aricò ha scritto:

Cara Pia, mi sembra di vederTi sopra uno degli scomodi autobus della GTT che percorre Corso Regina! Io invece percorro giornalmente l'altrettanto lungo corso Unione che finisce con la superba immagine della casa di caccia di Stupinigi. Mi sembra di ricordare che m'ha parlato di Te il mio amico Antonio Masia di Ittiri. Può essere?
A parte questo, niente ci vieta di andare a prendere un ottimo aperitivo al Bar dell'università (Via Madama angolo Corso Marconi). Se e quando ne avrai voglia, devi solo dirmelo, per me sarà un piacere !
Un caro saluto da Giuseppe


Ma guarda! E parlavo di prospettive diverse...
Ben venga l'aperitivo e se si volesse aggregare anche qualche altro amico di Suite...(vero Tizi?)...
Ma prima ti invito io ad una occasione speciale. Il 27 marzo alle ore 15 nella Biblioteca Civica di Via Leoncavallo qui a Torino si inaugura la mostra fotografica IMMAGINA SARDEGNA, alla quale hanno partecipato ben sette paradisolani. Perchè una mostra che parla di Sardegna a Torino? Forse per far sì che quel buco nero sia meno nero.
Ti aspetto!







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Pedra Longa

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Nevathrad

Utente Maestro




Inserito il - 26/02/2010 : 20:47:54  Link diretto a questa risposta  Rispondi Quotando
Per salutare questa settimana, un video divertente e con una morale... mai negare la propria ciambella ad un piccione testardo...








Modificato da - Nevathrad in data 26/02/2010 20:48:50

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Pia
Salottino
Utente Mentor




Inserito il - 27/02/2010 : 10:15:58  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Pia Invia a Pia un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
...oggi anche a Torino...."ci batte il sole"!!!!

http://www.youtube.com/watch?v=rqtTnN40_Ww







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Pedra Longa

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maurizio feo
Salottino
Utente Master



Inserito il - 27/02/2010 : 19:15:39  Link diretto a questa risposta  Rispondi Quotando
Molto belli ambedue...
E visto che è il fine settimana, vi annoierò con una favola che è in realtà un collage d'ambiente sardo.
Beni, ti naru unu contu.

Tore stava falciando l’erba, che voleva tagliata già da un po’…
Glielo aveva detto scherzando ma non troppo il suo amico Francesco Mereu (“Chicchineddu”), che passando dalla strada non vedeva più la sua casa, come se se l’avessero presa. Diceva di essere sceso addirittura dall’auto per controllare che non fosse crollata…
Esagerato, mì! Pensava tra sé e sé – ancora un po’stizzito – Tore.
Ma Chicchineddu era pur sempre della Forestale e se diceva così, significava che Tore doveva sbrigarsi, prima di avere qualche noia per vie ufficiali… Quelli della Forestale, lo sai, se ti prendono di mira già sono fastidiosi come la zanzara nell’orecchio.
E poi, di gente che mette fuoco ce n’è sempre troppa – che gli si secchino le mani! – quindi gli conveniva davvero mettersi all’opera, pensò Tore…
Non prese impegni per il fine settimana successivo.

Quindi, eccolo là, Tore, con il fazzoletto intorno alla fronte per asciugare il sudore, le ampie bracciate con la falce, ad accarezzare l’erba alta; ogni tanto si fermava per molare pazientemente la lama con la sua cote, che teneva in una taschetta laterale dei pantaloni. Era una tasca inizialmente intesa per un telefonino, in realtà, ma era proprio perfetta per la perda’e acuthare e lui quella ci metteva.
Ricordava ancora il padre, che quando falciava la teneva in un corno di bue, con dentro un po’ d’acqua…
Ah – scosse il capo – che figura ci avrebbe fatto lui con un corr ‘e boi appeso al fianco, nel suo negozietto di libri, magari davanti al compiùter? Lui, che passava per uno degli intellettuali del paese! A suo padre sì che andava bene, ma suo padre era stato contadino per tutta la vita.
Non aveva letto altro che qualche titolo del giornale, suo padre: però aveva voluto che Tore studiasse. Gli aveva detto spesso, guardandolo fisso, quasi con cattiveria: “Tu non ti dovrai spezzare la schiena come me!” e infine gli aveva dato tutti i mezzi per ubbidire quel suo volere…

Tore compiva un gesto leggero, automatico, corrugando la fronte come per concentrarsi meglio, con le dita esposte protette da pezzi di canna, per non tagliarsi, mentre levigava la lama. Ogni tanto – anche se forse non serviva – ci sputava su, se la lama diventava un po’ calda.
E via così: in due giorni avrebbe finito, n’era sicuro!
Aveva fatto per prima una bella zona tagliafuoco tutto intorno e la sua casetta, pitticca, ma bellitedda meda – di cui andava giustamente orgoglioso – si vedeva già eccome!
Pregustava la visione dell’espressione di Chicchinu, quando lo avrebbe incontrato. Gli avrebbe detto qualche cosa come: “Allora: l’hai finalmente trovata la mia casa, adesso?” o qualche cosa del genere. Chicchineddu era un amico, in fondo, e gli avrebbe dato la sua approvazione. E – nel pensare nuove frasi di scherno da rivolgergli – falciava con maggiore vigoria, pieno di soddisfazione…
Spesso, è nelle più piccole e più strane cose che si trova il sale della vita…
Ad un certo punto, sentì il bisogno di riposarsi, di bere qualche cosa e di riprendere fiato, perché non era più un giovanotto.
Si mise all’ombra e si sedette: aprì la borraccia che si era portato con sé per averla vicina e non fare continuamente avanti e indietro. E bevve. Acqua, naturalmente: lì non c’era nessuno con cui mostrarsi per forza virile ed assatanato bevitore di vino o di birra. E non c’era niente di meglio dell’acqua, quindi.
Si lesse – per distrarsi – un articolo sulla Nuova, che parlava degli antichi rituali dell’Argia, quasi del tutto ormai scomparsi in Sardegna…
Gli parve subito interessantissimo e ne rimase del tutto assorbito e affascinato, così tanto che non si accorse che un bottoncino rosso e nero gli si stava arrampicando lungo la gamba destra.
Sentì un pizzico forte al polpaccio, molto doloroso. Cercò di vedere di che cosa si trattasse, ma non lo capì affatto: arrotolò la gamba del pantalone, ma vide solo qualche cosa fuggire via veloce, di sfuggita. Tore era troppo preso dal dolore vivissimo del polpaccio e da quello che sembrava proprio essere un buco di puntura d’insetto, nerastro, con un alone arrossato e già gonfio tutto intorno. Il dolore era fortissimo e già gli saliva su per la gamba e per la coscia. Si lasciò prendere dal panico: fu più forte di lui; urlò, forte, per liberarsi dal dolore. Non servì a niente. Iniziò ad agitarsi e saltare, a divincolarsi, mentre il dolore saliva ancora più su e si trasformò in crampi addominali, forti, impietosi, che lo colpivano ad ondate. Non c’era una posizione che li facesse passare: Tore si contorceva come un verme tagliato dall’aratro, ma non trovava sollievo. Non trovava tregua dal dolore. Ora Tore era tutto sudato, il dolore era fortissimo e lo scuoteva tutto. Gli abiti erano intrisi del suo sudore, freddi e bagnati, e lui contemporaneamente si sentiva caldissimo, come se avesse la febbre alta. Gli sembrava di non avere più forze e cadde a terra, gemendo. Cercò di rialzarsi più volte, ma i crampi lo piegarono in due e lo fecero sdraiare a terra nuovamente. Adesso un terribile mal di testa sembrava addirittura offuscargli la vista, mentre la nausea lo costringeva a conati di vomito a vuoto.
Per sua fortuna, il vicino Toni Burrai, più noto come “Zanchedda”, tornando dal vaglio del frantoio lo vide agitarsi a terra e dette l’allarme. Con gran sorpresa di Tore, subito tutta la gente del vicinato venne in aiuto. Chi portava questo, chi quello, chi dava consiglio: ognuno correva di qua e di là in ansia, come formiche quando gli rompi il formicaio.
Lo spogliarono nudo, perché il più anziano – Ziu Toni “Thulungrone” aveva detto che si doveva fare così: le deboli rimostranze che Tore poteva opporre loro non servirono a nulla. Quindi, seguendo le precise istruzioni, portarono tutto il letame che riuscirono a portare. Vicino c’era il deposito di Ziu Bore, che era tutto di pecora: appena appurato che andava bene, tutti insieme si prodigarono con carriole, sacchi di juta, secchi di legno, di metallo e di plastica. Seppellirono il povero Tore nel letame fresco di pecora, fino alle orecchie, con massima cura evitando il volto, perché per igiene non si doveva “sporcarlo”… Tore da parte sua strabuzzava gli occhi, girava la testa, soffriva di quel fetore terribile così vicino al naso, ma ogni tanto – in realtà – si scordava dei crampi e del dolore ai muscoli delle gambe e provava quasi sollievo. Tutta quella gente, poi, lui lo vedeva bene, si preoccupava per lui e cercava di aiutarlo: non poteva non essere grato…
Si avvicinò quindi Tia Quirica, una donna anziana, che gli chiese, con aria indaffarata – e con una voce screpolata quanto un intonaco del seicento – dove fosse stato quando si era allontanato dal paese l’ultima volta. A Tore parve una domanda strana e fuori luogo, ma per cortesia (ed anche un po’ per levarsela di torno) rispose, in un soffio: “Ad Oristano, alla mostra del libro, sono stato”.
La vecchia allora confabulò brevemente con le comari ed una di loro, Efisia, dette ordine al suonatore di launeddas, che intonò subito una musica di Oristano. Tutti gli intervenuti non aspettavano altro che questo ed iniziarono subito a ballare il ballo tondo, intorno a Tore, al ritmo sempre più incalzante della musica magica… Ma avrebbero suonato anche musiche d’altri paesi, per maggiore sicurezza: bisognava placare l’Argia con la musica del suo vero posto d’origine.
“E chi hai incontrato, ad Oristano, o fizzu meu?”, Insistette la vecchia Tia Quirica, che non demordeva, evidentemente tutta presa dal suo ruolo, con gli occhi due fessure… Tore ci pensò su e poi ricordò che aveva incontrato una sua collega incinta, Mariedda Manca, che era così grossa che quasi non l’aveva riconosciuta… Lo riferì alla vecchia, che sorridendo di un sorriso quasi edentulo, lanciò un grido stridulo di vittoria: “Un’ Argia prentoxa, quindi!” Si alzò di furia e mandò le comari a raccogliere i vestiti da donna partoriente in giro nel vicinato; poi dispose che le ragazze non maritate facessero una pipia di stoffa; quindi mandò via tutti gli uomini, più in là, lontano dalla vista. Che continuassero pure a ballare e cantare, a bere ed essere rumorosamente allegri, ma fuori dalla vista. Si allontanarono docili, cantando in un coro gioviale:

“Chìriga, Chìriga,
bòltadi e gìradi,
gìradi e bòltadi,
mira chi ti tòccana sa buttonera”.

Cantavano e recitavano in tutti i dialetti dei vari paesi, vicini e lontani da Oristano, osservando bene quale dialetto facesse più effetto sui dolori del malato.
Tore sentiva adesso ondate di caldo e di freddo attraversargli il corpo; i crampi continuavano ora peggio che mai, ma – curiosamente, doveva ammettere – per un poco si erano acquietati…
La vecchia Tia Quirica, che era diventata una fucina d’ordini, radunò allora le donne e ne scelse tra loro una vedova, una nubile ed una sposata e le fece sfilare davanti a Tore, che era sempre più strabiliato. Le donne iniziarono subito a recitare filastrocche da bambini, poesie stupide e licenziose e a cantare strani canti che Tore non aveva mai sentito prima.
Chissà quanto tempo passava, così?
Tore non avrebbe saputo dire se fossero ore oppure giorni…Le donne si mettevano davanti a lui in pose strane e buffe, oppure in pose ieratiche e improbabili, quasi facendo a gara tra loro. Recitavano proverbi e poesiole. Talvolta assumevano atteggiamenti un po’ arditi, scoprendosi un poco e chiedendogli se gli piacesse quello che vedeva: Tore non era proprio sicuro di ciò che stesse accadendo, vuoi per la febbre, vuoi per la gran confusione, la musica ossessiva e la rapidità di quella continua processione composta di quelle tre persone soltanto.
Ad un certo punto, anzi, gli parve che le donne fossero sette vedove, sette sposate e sette nubili: ma forse era solo la febbre.

“Drommi fillu stimau
In sinu de mamma tua.

Drommi fillu stimau.
Che frori da pabaùa
In dolu m’a calmau.

In sa genna de cottilla
Asuta ‘e gravellu
Nascendi est s’arenada.

In sa genna de cottilla.
De oru pitturada
Apposta po modellu
Fattu me appu una filla”.

E cantavano e ballavano e non si arrestavano mai.
Le donne lo lavarono tutto con acqua ben calda, quindi lo asciugarono ed infine iniziarono a vestirlo con i vestiti da donna che erano stati offerti dal vicinato: alcuni vestiti sembravano aumentare le sofferenze di Tore e quindi venivano scartati, perché “rifiutati” dall’Argia… Altri invece sembravano avere l’effetto contrario, perché – evidentemente – le erano graditi…
Tore era febbricitante e vedeva male, come in una nebbia e sembrava sul punto di dormire. Gli sembrava di non essere più dentro al proprio corpo e di osservare la scena da qualche altro punto. Tutto era un po’ sfocato ed il dolore gl’impediva di capire con chiarezza che cosa quelle tre donne stessero facendo. S’inginocchiavano affianco a lui e gli urlavano di tutto nelle orecchie: parolacce volgari, gentilezze impreviste e paroline suadenti, proposte assurde, espressioni dolci ed altre irriverenti, che forse erano più dettate dalla sua febbre, tanto poco si addicevano a donne timorate di Dio e rispettate dalla comunità. Ah, Tore doveva proprio stare molto male, per avere quelle allucinazioni!
Gli portarono infine una bambolina di pezza, fatta in pochissimo tempo e proprio allora appena finita. Ma Tore non aveva la più pallida nozione del tempo, oramai…
La bambolina gliela misero al seno, raccomandandogliela perché lui l’allattasse!
Il dolore gli passò, per un momento!
Ma lui subito si vergognò: era un uomo, perbacco, non una femmina! Lanciò via la bambolina, lontano…
Ed i dolori subito ricominciarono.
Tre volte gli ridettero la bambolina e tre volte gli passò il dolore, quando la portò al seno.
Ma Tore alla fine non la volle più: si vergognava troppo di farsi vedere così…
Allora il dolore lo prese tutto e sembrò ricominciare daccapo… Alla fine, la vecchia si avvicinò e gli disse: “L’argia è incinta e vuole che tu partorisca per lei. Solo allora ti lascerà stare. Allora, spingi!”.
E così dicendo, spinse forte, appoggiandosi di peso con le due mani sul suo addome, come per aiutarlo nel parto. A Tore sembrò davvero che s’Ammuttadore gli si fosse seduto addosso di peso per soffocarlo… Fu sul punto di chiedere aiuto a qualcuno, ma poi s’avvide che tutti, intorno a lui tutti stavano davvero e soltanto cercando di aiutarlo.
Tore infine si arrese – partecipando per forza a quella nuova impresa – e cominciò a spingere a sua volta, vestito da donna, come per liberarsi del dolore di un parto...
Intanto, tutti i vicini, gli amici e gli altri prendevano parte all’operazione in qualche modo: passavano in fila affianco a lui, incoraggiandolo a voce a partorire. Ecco Pedru “Burruncone”, poi Andria “Cucurra”, quindi Elia “Grodde” e infine Gonario “Mascala”, ognuno con una parola buona sussurrata, ognuno con un proprio suggerimento personale. Il coro intanto ripeteva a non finire filastrocche senza senso:

“Ballade, Ballade vois
ca sos ballos sun sos frostos,
cando den’essere nostros
amos a ballare nois”.

Ed ecco passare Lughìa con una carezza, quindi Mariedda con il suo sorriso, poi veniva Tia Luzana, con una brocca d’acqua fresca, poi… Sembrava quasi la processione di una Rèula.
E intanto, il Coro proseguiva imperterrito, in un coro monocorde:
“Dodici sono gli Apostoli,
Undici le vergini,
Dieci i Comandamenti,
Nove gli ordinamenti,
Otto sono i cuori,
Sette sono i doni,
Sei sono le candele,
Cinque sono le piaghe di Gesù,
Quattro sono i Vangeli,
Tre sono le Tre Marie,
Due sono le Tavole della Legge,
Una: è più grande il Sole della Luna”…

Il dolore scemava miracolosamente: lentamente, ma progressivamente. Diminuiva davvero, man mano che gli amici sfilavano. Ad un certo punto, Tore riconobbe – tra le altre – la voce di Chicchineddu, che lo chiamava: “Ahiò! Svegliati, Tore! Mì, che l’erba già non si falcia da sola!”
Tore si scosse e guardò su verso l’amico, con aria assonnata e sorpresa insieme…
“Ma quanto hai dormito?” – Gli chiedeva sorridendo Chicchinu – “Mì, che è quasi sera, è umido, e non fa dormire sul prato adesso!”e intanto pian piano, Tore si rendeva sempre più conto che tutto, ma proprio tutto, era stato soltanto uno strano e vivido sogno…
“Perché non ci metti quattro pecore, che ti risparmiano la fatica?” Chiese Chiccineddu. E Tore gli rispose, con una bella risata di cuore, che gli fece passare tutti i dolori: “Perché non sopporto il letame di pecora, Chicchiné; ma vieni in casa, che ti invito una birra ed una storia”.
E Chicchineddu accettò, perché una birra ed una storia non si rifiutano mai.







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